in rivolta

Crisi del debito o di sistema?

05/10/2011

L'attuale precipitazione della crisi dei debiti sovrani mette in mostra plasticamente la crisi del capitalismo. Questa è la nostra tesi. Le interpretazioni minimaliste, di destra, oppure complottistiche, prevalentemente di sinistra, sull'uso del debito e conseguentemente su come affrontarlo sono fuorvianti in quanto non focalizzano la corretta attenzione sui fattori strutturali dell'attuale crisi economica e sociale. Il neoliberismo ha da sempre considerato il debito un fardello delle vecchie politiche espansive, sottacendo che proprio a partire dall'affermarsi della sua egemonia il debito è gonfiato a dismisura, anche a causa di una assai ridotta crescita rispetto ai “trenta gloriosi” (1945-75). Dimostrazione della mancata propensione all'autosufficienza dei meccanismi di mercato. È qui il punto debole delle politiche mercatiste. Nessuna ripresa attraverso un ritorno della domanda privata, come annunciato enfaticamente ancora i primi mesi dell'anno in corso, nessuna crescita strutturale, quando finiscono gli incentivi statali la domanda si contrae nuovamente, non riesce a sostenersi con le proprie gambe, il mercato non funziona. Ancora pochi giorni fa, l'ennesimo tonfo delle borse dovuto all'annuncio della Fed di non ridurre ulteriormente il costo del denaro, almeno nell'immediato. L'economia non sopporta il mancato protagonismo di una regia pubblica in favore... del mercato.

La crisi del debito si inserisce in questo corto circuito. L'economia capitalistica negli ultimi trent'anni si è progressivamente ingolfata, si è provato a contenere i problemi derivati dalla stagnazione della domanda attraverso la finanziarizzazione del debito pubblico e privato, costruendo un intero edificio basato su uno Stato prestatore di ultima istanza, su consumi a debito e artifici finanziari, come quello del costo quasi nullo del denaro che ha favorito il nascere di una gigantesca bolla immobiliare negli Usa, con tutto ciò che ne è conseguito. L'economia reale e quella finanziaria sono inscindibilmente legate in questa crisi, la contrazione della prima è stata affrontata provando a dilatare la seconda, ma senza riuscire a disinnescare le contraddizioni che stavano al fondo. Nessuno avanza ipotesi credibili per uscire dallo stallo. Certamente alcune delle armi migliori, dal punto di vista del capitale, sono già state utilizzate: ristrutturazioni aziendali, riduzione dei salari, moneta a costo zero, ecc... Persino l'intervento pubblico rileva la propria difficoltà dopo anni di sperperi a cui vanno aggiunti i costi per salvare il sistema finanziario nel 2008. Quell'intervento che, senza risolvere i problemi strutturali ha permesso di arrivare ai supplementari, ma con una squadra piena di infortunati, atleti stanchi e qualche espulso. Difficilmente si potrà arrivare ai rigori per poi vincere di fortuna.

Dietro l'angolo pare esserci la stagnazione di un sistema globale in cui l'Occidente cade in depressione e i paesi emergenti da soli non sono in grado di invertire la rotta. Ma come sempre accade, anche quando il mercato non funziona, il capitale non intende pagarne il prezzo, facendolo invece ricadere sul lavoro e le classi subalterne in genere. Ecco allora manovre fortemente classiste per raddrizzare i conti pubblici (per continuare ad avere un prestatore di ultima istanza e proseguire nel salvataggio di banche e imprese) e misure socialmente draconiane per tutelare gli investimenti finanziari del grande capitale privato. Qui il difetto è nel manico: pare riduttivo, se non ingenuo, denunciare la speculazione finanziaria contro l'Italia oppure accusare le agenzie di rating di essere al soldo di trame oscure. Tre anni fa le stesse venivano accusate di aver elargito triple A in maniera disinvolta, oggi vengono criticate perché declassano debiti pubblici e imprese a rischio. Appare evidente che le difficoltà a finanziare il debito pubblico di molti paesi sono il frutto di una considerazione realistica del quadro complessivamente incerto. Ce n'è per i cosiddetti Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) fino agli Usa. In assenza di solide prospettive tutto il risparmio (grande e piccolo) evita il rischio. Quella che oggi viene denunciata come speculazione è la messa in moto dei tradizionali meccanismi di mercato. La stessa Consob, nonostante i provvedimenti adottati agli inizi di luglio contro la speculazione, ammette che tra la fine di luglio e i primi di agosto l'incidenza delle vendite allo scoperto (quelle cioè specificatamente speculative) è stata minima rispetto a un fenomeno di fuga dai mercati e da quello dei titoli pubblici in particolare. Ecco la sequenza: crisi economico-finanziaria, intervento pubblico per salvare il capitalismo, il sistema non riprendere a crescere; crisi del debito, rischio default degli Stati, nuovamente crisi. In questa circolarità si esprimono le difficoltà sistemiche.

Nessuno sottolinea però come le ricette di austerità e macelleria sociale condotte da organismi internazionali e governi non stiano risolvendo il problema, ma solo protraendolo nel tempo a tutto svantaggio delle classi subalterne, come dimostra il caso della Grecia. Una sorta di “effetto palla di neve”, come lo definiscono in uno degli articoli che segue Toussaint e Renaud, cioè una piccola boccata di ossigeno finanziario per poi far peggiorare la situazione nel medio-lungo periodo. Tutti accettano l'assunto che è giunto il tempo dei sacrifici, i distinguo, quando esistono, sono solo sulla ripartizione degli stessi. Gli articoli che seguono avanzano un'analisi approfondita del contesto e delle proposte su come affrontare i debiti sovrani. C'è da domandarsi quale sia la natura di questo debito, e quale parte di esso valga la pena rispettare. C'è un debito “loro” e uno “nostro”. Il debito non è un moloch indistinto. Bisogna chiedersi se persino i sacrifici che parte della borghesia è disposta a tollerare in questa fase invece che essere indirizzati al risanamento delle casse pubbliche non siano da utilizzare per riqualificare il welfare e riequilibrare le differenze sociali. La crisi del debito può essere un'occasione per comprendere la più generale crisi e approntare ricette per il cambiamento. Una discussione e un progetto per l'alternativa che è tempo di formulare anche in Italia. Si tratta di rendere più preciso e concreto uno slogan che nei movimenti di questo periodo ha già iniziato a fare breccia: il vostro debito non lo paghiamo!

di Marco Bertorello e Danilo Corradi dalla rivista ERRE num.45