Lettera aperta sulla venuta di Gheddafi alla Sapienza:

Primo firmatario: Piero Bevilacqua - Docente di Storia Contemporanea alla Sapienza

Per aderire: ateneinrivolta@gmail.com

A pochi giorni di distanza dalla visita del Colonnello Gheddafi alla Sapienza sentiamo la necessità di rivolgerci agli studenti, alle comunità accademiche e alla cittadinanza tutta, per un momento di riflessione comune e di forte critica ai fatti che hanno contraddistinto quella giornata ma che, a nostro avviso, sono il risultato di processi avviati da molto tempo.

Gheddafi è venuto in Italia per ragioni eminentemente politiche, per sancire l'amicizia internazionale tra due governi, stipulare accordi economici e chiudere definitivamente una drammatica pagina di storia riguardante il colonialismo italiano.

Nel corso della sua visita, tra incontri istituzionali e passerelle mediatiche, il Colonnello ha voluto far visita all’università Sapienza, dove il 10 Giugno ha tenuto una lectio magistralis, accolto a braccia aperte dal Magnifico Frati, sempre meno Rettore e sempre più Carica dello Stato.

Lo stesso Frati che il 6 Giugno dichiarava al quotidiano Repubblica “All’università può venire chiunque, è un luogo aperto”. Di fronte a queste parole rimaniamo perplessi: cosa significa “chiunque”? Che l’università pubblica può ospitare un torturatore come Gheddafi, facendo passare questo come un momento aperto e democratico – laddove invece è stato puntualmente spento il microfono ad interventi scomodi – e nascondendosi dietro un presunto carattere pubblico dell’incontro?

E cosa doveva spiegare Gheddafi agli studenti? Forse dare indicazioni sul rispetto dei diritti umani? Forse, spiegare come i diritti universali dell'uomo siano compatibili con l'accordo siglato col Governo italiano in materia di immigrazione? In realtà, la ragione di fondo è legata a interessi economici e politici e la Sapienza si è prestata ad essere palcoscenico di questioni ben lungi dal sapere. Non a caso, poche ore dopo, lo stesso Gheddafi ha dichiarato che le imprese italiane avranno la priorità sullo sfruttamento delle risorse naturali libiche. Altro che lectio magistralis, altro che momento di crescita culturale; piuttosto, ancora una volta, subordinazione dell'università agli interessi politici e di mercato.

Noi, che l’università la viviamo e costruiamo quotidianamente, respingiamo tutto ciò. Come recita l’appello promosso dagli studenti di Fisica, noi “intendiamo l'università come un luogo di produzione e condivisione libera di saperi, ma sappiamo bene che non esistono saperi neutri, proprio per questo ci riteniamo incompatibili con personaggi come il Colonnello”.

Mentre il Rettore Frati faceva gli onori a Gheddafi, alla Sapienza si assisteva ad uno scenario surreale: innumerevoli blindati, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza in assetto antisommossa, l’interno della Città Universitaria interamente transennato con studenti costretti a percorsi obbligati e perquisiti all’ingresso: un dispiegamento del quale non si aveva memoria dagli anni Settanta.

Ci viene in mente a questo punto la seconda parte della dichiarazione di Frati: “l’università è un luogo aperto”. Pensiamo che aperto sia un luogo che permetta la libertà di parola e di dissenso, che permetta di scegliere liberamente le forme di espressione, che siano queste interventi ad un dibattito o contestazioni pubbliche e pratiche di conflitto.

Tutto questo in occasione della venuta di Gheddafi è stato impedito, la Sapienza, quel giorno, non è stata affatto un luogo aperto. Non può definirsi aperta e democratica un’università in cui studenti e studentesse, ricercatori e migranti, che si sono volutamente dichiarati incompatibili alla presenza del Colonnello libico, vengono circondati da transenne e successivamente caricati dalle forze dell’ordine. Non è tollerabile che, nel luogo in cui dovrebbe prodursi la massima critica alla società, si assista ad una sistematica repressione delle pratiche di dissenso. Nel caso di giovedì, poi, ciò è avvenuto con una modalità oltremodo arrogante, quasi di sfida verso gli studenti, segnale che si continua a seguire la via intrapresa quest´autunno (nelle parole e nei fatti); il rischio che percepiamo è che quei mezzi blindati e quei reparti della celere possano in futuro costituire un pericoloso precedente, che Frati e il governo non hanno indugiato troppo a creare.

Ci domandiamo come sia possibile tutto questo. Certamente la combinazione fra l’autoritarismo del Governo italiano e l’arroganza del Rettore Frati – la cui figura, non ci dimentichiamo, è l’unica col potere di autorizzare l’ingresso delle forze dell’ordine all’interno dell’università – ha reso possibile questa vergogna. Ma pensiamo anche che le cause siano maggiormente profonde e che investano direttamente il ruolo dell’università pubblica oggi.

Un’università profondamente mutata e segnata dai processi di riforma degli ultimi vent’anni. Un luogo di formazione e crescita culturale che progressivamente è stato impoverito e svilito del suo ruolo e dei suoi contenuti. Un’università nella quale si intrecciano sempre più i forti interessi di pochi a scapito della collettività.

Di fronte a questo scenario pensiamo che non si possa rimanere indifferenti, perché l’indifferenza non fa che spianare la strada a questa deriva, al Barone e al Cavaliere. E’ necessario schierarsi.

Schierarsi al fianco dell’università pubblica, aperta allo scambio culturale e ad una formazione critica e meno teatro delle manovre governative. Un’università intesa come bene comune e non come luogo in cui coltivare gli interessi di pochi.

COORDINAMENTO DEI COLLETTIVI - SAPIENZA

Primo firmatario: Piero Bevilacqua - Docente di Storia Contemporanea alla Sapienza

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