Fin dall’inizio delle mobilitazioni contro la riforma Gelmini e i tagli all’istruzione del Ministro Tremonti, noi tutti abbiamo intrapreso la via del dialogo con tutte le componenti dell’Università, dagli studenti ai professori, dal personale amministrativo al Magnifico Rettore.
Abbiamo cercato un punto d’incontro che potesse unire le diverse
posizioni, nella convinzione che allargare il fronte della protesta fosse
necessario per raggiungere l’obiettivo comune: fermare le leggi 133 e 137.
In questo contesto ci siamo fermati ad analizzare tutte le diverse prospettive, in particolare quella del Rettore Milanesi e dei Presidi, e abbiamo sentito il bisogno di approfondire in seguito alle loro affermazioni.
Le dichiarazioni sui giornali e la lettera del rettore destinata alle famiglie degli studenti ci hanno ben presto svelato le vere radici della loro posizione in merito alla “manovra d’estate”, che si richiama al neonato AQUIS.
L’Aquis -“associazione per la qualità delle Università italiane statali”- è un organo nato nel Marzo 2008 per iniziativa di 12 atenei italiani (tra cui l’Università di Padova, il Politecnico di Milano, l’Università di Reggio Emilia, di Bologna e altri), il quale si pone come obbiettivo “ l’innalzamento della competitività internazionale dell’università italiana”.
Oggi fanno parte dell’Aquis 19 atenei, circa 1/3 di quelli presenti nel paese. Ogni membro dell’associazione deve rispondere ad almeno 2 dei 3 “requisiti oggettivi di qualità”:
- una “sostenibilità finanziaria”, che corrisponde al contenimento delle spese di personale
- una dimensione “adeguata ad operare in ambito internazionale” fissata a una quota di 15mila iscritti
- la recensione su almeno una tra le classifiche internazionali più importanti
Premettendo che questi criteri hanno ben poco di oggettivo, in quanto sono stati stabiliti arbitrariamente dagli stessi membri fondatori dell’Aquis allo scopo di autoproclamarsi “atenei di eccellenza”, è necessario sottolineare con forza la natura puramente “aziendalistica” di tali valutazioni.
Venendo prese in considerazione solamente la competitività e la produttività degli atenei è evidente come questa nuova associazione sia il frutto di una mera logica di mercato alla quale noi studenti intendiamo contrapporci con forza.
Facendo appello al “merito”, il rettore Milanesi e i suoi consociati intendono innalzarsi al di sopra degli altri atenei che non rispettano gli standard economici stabiliti dall’Aquis.
Per questo motivo l’Aquis si schiera sì contro i tagli previsti dalla finanziaria, ma solo in quanto essi sarebbero “indiscriminati”, definendoli una “decapitazione di massa” poiché “non operano col bisturi del
chirurgo, capace di guarire eliminando le parti ammalate”.
In parole povere il nostro rettore propone al governo l’attuazione dei tagli, ma solamente nei confronti degli “atenei poco meritevoli” -le parti ammalate del sistema universitario- la cui diagnosi si basa non sulla qualità e sulla sostanza della formazione e dei saperi trasmessi e prodotti nelle università, ma sulla produttività e sulla mera gestione delle risorse economiche.
Fondando la selezione su criteri arbitrari e parametri quantitativi piuttosto che qualitativi, si giunge alla penalizzazione di atenei di rilevanza storica e
alla svalutazione dell’importanza di un sapere critico e di qualità, peraltro
già assente nell’attuale sistema universitario, anteponendo i numeri alla
sostanza, la gestione economica alla produzione di nuove conoscenze.
Lo stesso diritto allo studio viene in questo modo negato, limitando l’opportunità di accesso all’istruzione, con la creazione di pochi atenei d’eccellenza che quasi nessuno, domani, potrà permettersi di frequentare.
Ecco servita la “guerra tra poveri”, tra le università italiane tutte colpite gravemente dai tagli, che invece di allearsi si combattono tra loro sulla base di meriti autoattribuiti, allo scopo di sopravvivere economicamente ma non intellettualmente.
Gli stessi atenei dell’Aquis, per ovviare alla futura scarsità di fondi, saranno inevitabilmente costretti a fare “economia” a spese degli studenti; le prime dimostrazioni le abbiamo già vissute con l’aumento del costo delle mense, con l’eliminazione degli esami di metà semestre, con i contributi richiesti per sostenere i test di ingresso (compresi quelli non selettivi) e gli esami integrativi per l’accesso alle lauree specialistiche.
Questa mancanza di fondi sarà la ragione della partecipazione di privati nell’università, nelle sedi decisionali, in quei senati accademici che sicuramente prenderanno il nome di “consigli d’amministrazione”. Purtroppo questa non è una previsione infondata.
Già in passato hanno fatto ingresso nel nostro ateneo alcune società private che con il pretesto di dare ampi spazi ai futuri dottori hanno e tutt’ora si arraffano gratis tesi e ricerche degli studenti. E se tutto ciò non fosse sufficiente a sollevare qualche perplessità sull’attuale e sulla futura
partnership con aziende private sarebbe bene non dimenticare che alcune di queste producono mezzi di guerra, strumenti di morte (come Aitia) , componenti per dispositivi di videosorveglianza (come la Micron).
Le premesse ci sono tutte: i nostri cervelli sono merce di scambio e il sapere è funzionale al profitto in una spirale di sistemi di controllo che riproducono, a nostre spese, sempre le stesse dinamiche asfissianti e opprimenti, che ci vogliono omologati ed obbedienti, assuefatti ad una vita precaria senza la possibilità di esprimerci e autodeterminarci.
E’ indicativo il fatto che l’Aquis sia perfettamente in linea con le posizioni di Confindustria, il cui vicepresidente Gianfelice Rocca, ospite d’onore ad un convegno degli “atenei virtuosi”, ha dichiarato che “Confindustria si schiera come partner delle università migliori” e ha prospettato un sistema di premi per le università più produttive.
Da questo quadro risulta infine chiaro quanto il rettore Milanesi abbia ambizioni da imprenditore, e riteniamo che un tale atteggiamento egoistico e aziendalistico possa portare unicamente ad una rammentazione del movimento di protesta , costringendo studenti e istituzioni universitarie a porsi su fronti diversi, se non addirittura opposti.
Con questo documento vogliamo quindi prendere una posizione tanto chiara quanto fermamente determinata, che ci pone in contrapposizione alla prospettiva e alle aspirazioni dell’Aquis, senza però né essere bollati come i difensori della torre d’avorio decadente, la oramai già dismessa Crui, che dopo aver sostenuto la riforma Zecchino in passato ora piange lacrime di coccodrillo per gli ultimi provvedimenti del governo. Non siamo nostalgici né difensori dell’attuale mondo accademico che da anni critichiamo.
Questa crisi dell’università, da cui noi studenti ci chiamiamo fuori, non è nata questo ottobre, è una manovra organica e funzionale che continua a percorrere la strada intrapresa molti anni fa con riforma Zecchino, perseguita attraverso la riforma Moratti, fino ad arrivare all’ultimo, attuale, passaggio.
Quello che vogliamo, come studenti e come cittadini, è una università pubblica, laica e accessibile a tutti, priva di giochi di potere e partiti, attraversata e vissuta da menti libere, che ci dia lo spazio, il tempo e la possibilità di costruire e diffondere un sapere che sia critico.
Vogliamo una formazione che ci dia gli strumenti per prendere posizione sul –e nel- mondo reale, in cui il merito intellettuale prevalga sulle speculazioni economiche. Rifiutiamo il nozionismo e l’aridità di un
sistema scolastico che ci riduce, nel presente, ad accumulare crediti e debiti in quella che sembra, più che una culla per la cultura, una banca di esami.
L’ università che vogliamo inizia ora nell’Aula Comune Autogestita, inizia ora con questa protesta che non vuole difendere lo stato delle cose presente, ma dare vita all’idea migliore di istruzione in cui crediamo.
“Il sapere non è fatto per conoscere, ma per prendere posizione”
M. Foucault
Aula Comune Autogestita.
Scienze Politiche Facoltà Aperta