Chi costruisce case e edifici che uccidono, si sta preparando a incassare miliardi per ricostruirli.
Questo è il paradosso scandaloso che sta ancora una volta avanzando in Italia, stavolta col passo svelto berlusconiano.
L'affare che tutti i palazzinari d'Italia si preparano a fare in Abruzzo è di quelli storici. Al punto che fa gola anche all'estero. Si parla di miliardi di euro. Che andranno spartiti, guarda caso, tra gli stessi che in questi anni hanno guadagnato cifre astronomiche dalla bolla speculativa sulla casa. Gli stessi che se ne infischiano sistematicamente di qualunque norma di sicurezza: che sia la sicurezza dei lavoratori dei cantieri, o che siano le norme e le tecniche anti-sismiche, ovvero la sicurezza di chi le case andrà ad abitarle, al salato costo dell'affitto o del mutuo, per poi magari vedersele crollare, e a volte morirci dentro. Per colpa di un terremoto, che è un fatto naturale certo, ma che si verifica in una delle zone più sismiche di uno dei paesi più sismici d'Europa.
Si dice che contro i terremoti non si possa fare nulla. Tema controverso. Ma c'è una cosa che si può fare sicuramente. Costruire in modo diverso, non secondo gli imperativi del profitto, ma secondo i bisogni e le esigenze della collettività. Ma questo non è avvenuto in Italia, e qualcuno ci ha guadagnato soldi immensi. Soldi che grondano sangue. Ora questi soldi devono essere restituiti.
Tremonti ha detto che troverà i mezzi per la ricostruzione. Possiamo immaginare dove pensa di andarli a prendere.
Ma un'idea diversa ci sarebbe, e non è una provocazione, è una proposta molto concreta, una cosa che, se si vuole, si può fare subito.
Il Parlamento istituisca una tassa straordinaria sulla rendita edilizia, per l'ammontare complessivo della cifra necessaria per la ricostruzione.
La vogliamo chiamare tassa di solidarietà? Come si preferisce.
In realtà, sarebbe semplicemente una tassa di giustizia.
La ricostruzione dell'Abruzzo la paghi, fino all'ultimo euro, chi in questi anni si è arricchito attraverso speculazione edilizia.
Dopodiché, sembra davvero il minimo che tutte le imprese che hanno costruito case e edifici che sono crollati come castelli di carte in Abruzzo siano escluse dalla ricostruzione, così come siano escluse tutte le imprese che non hanno rispettato in questi anni le norme di sicurezza sul lavoro, o che non hanno neppure le competenze per costruire rispettando l'integrità e la sicurezza del territorio e degli abitanti.
Si potrebbe forse obiettare: ma quale delle imprese edilizie che si apprestano a gettarsi come avvoltoi famelici sull'Abruzzo ha tutti questi requisiti?
Può essere che siano poche. Ma facciamoci una domanda: perché lo stato deve mettere gli investimenti, i privati incassare i profitti e le rendite, e la gente che lavora pagare? E ogni tanto morire?
La grande partecipazione e mobilitazione della società civile alla fine dei giochi vanno bene solo come spot televisivo, o non è finalmente il caso che i territori siano governati da chi li vive, e non da chi li vuole sfruttare? Bisogna chiedersi se non è il caso che l'utilizzo dei soldi pubblici sia determinato, gestito e controllato da vere dinamiche pubbliche, democratiche, popolari.
Non ce ne facciamo nulla della facciata decisionista berlusconiana sul vecchio rito democristiano della spartizione della torta. Anche in questo le cose devono cambiare.
Intanto, per una volta, cominciamo a fare una cosa nuova. Una cosa strana, ma semplice.
Questa volta, il conto lo facciamo pagare a quelli che non pagano mai.
Questa volta, per una volta, diciamo di fare al contrario.
La ricostruzione la facciamo noi.
E la pagate voi.
di A. Aringoli