Da una Compagna di AteneinRivolta Bologna
Ieri in Val di Susa c’eravamo anche noi, studentesse e precarie, per unirci con la lotta di una popolazione che da più di vent’anni resiste alla devastazione della propria terra. Eravamo lì perché siamo convinte che la loro lotta sia anche la nostra, perché come loro anche noi paghiamo quotidianamente le scelte dei pochi che ci governano e che decidono delle nostre vite senza ascoltare la nostra voce.
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I manifestanti erano più di 60.000 divisi tra i due punti di raccolta principali: Exilles e Giaglione.
Il nostro autobus ci ha lasciate vicino al forte di Exilles e da lì sarebbero partiti due cortei: il corteo diretto a Chiomonte, in cui sfilavano bandiere di partiti e sindacati insieme a sindaci e famiglie del luogo e un altro diretto verso Ramats, che aveva come obiettivo quello di provare a riprendersi il presidio della Maddalena. Il corteo ufficiale, poco dopo la partenza, si è nuovamente diviso e una parte di questo, attraversando sentieri di montagna, si è diretto verso Ramats per raggiungere gli/le altr@ manifestanti che avevano iniziato a ricevere le cariche e la pioggia di lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine, asserragliate all’interno del presidio, non appena hanno tentato di avvicinarsi alla recinzione che lo delimitava. La discesa verso il fondovalle sembrava una versione rivisitata della discesa verso gli inferi Dantesca; lungo i tornanti del bosco ci venivano incontro uomini e donne che tentavano di risalire per respirare un po’ di aria pulita, perché la puzza di lacrimogeni là sotto era fortissima. Continuavano a dirci che senza mascherina non avremmo resistito a lungo, che le nubi di gas CS erano troppo fitte e non sarebbe bastato il fazzoletto imbevuto d’acqua che avevamo al collo. Man mano che ci avvicinavamo al cantiere avvertivamo sempre più costante e fitto il rumore dei lacrimogeni sparati. Arrivavano, di diverse dimensioni, da ogni direzione: dall’alto, lanciati da un elicottero che sorvolava la zona, e dal dispiegamento di forze dell’ordine dietro la rete. Ne avranno fatti partire più di un migliaio, è difficile quantificarli, e hanno ferito un gran numero di persone. Abbiamo incontrato un ragazzo con le costole fracassate, ad un altro hanno spaccato il sopracciglio, ad un’altra ferito il braccio. Ci hanno raccontato di un ragazzo a cui è arrivato un lacrimogeno dritto in faccia, e che se non avesse avuto la maschera anti-gas probabilmente al posto di questa gli si sarebbe spaccata la bocca. Certo, la tensione era fortissima, ma era anche forte la solidarietà e il senso di unione che si respiravano. La volontà di darsi una mano si leggeva negli occhi di tutte e tutti i presenti: chi non era impegnato a resistere cercava in tutti i modi di rendersi utile, recuperando acqua e Maalox oppure dando il cambio a chi era in prima linea. Noi alla rete non ci siamo mai arrivate, ma eravamo abbastanza vicine per vedere gli idranti che tentavano di disperdere la folla dei NoTav, la quale però continuava a resistere al grido di “Giù le mani dalla Val di Susa!”.
Quella gente ha resistito a lungo, nonostante i/le feriti e gli/le arrestati, nonostante non fossero i “nuovi black block” militarmente addestrati, come titolava stamane Repubblica. Quelli e quelle che abbiamo visto noi, oltre a ragazzi e ragazze, donne e uomini di ogni età, erano dei vecchietti sdentati con il bastone, che non volevano saperne di rinunciare alla loro terra. Fa così tanta paura accettare che esistano delle persone comuni che si ribellano? Che sono stanche di subire sempre e non decidere mai?
La favoletta dei “buoni e cattivi” la conosciamo bene, l’abbiamo già sentita raccontare a Genova dieci anni fa, e senza tornare troppo indietro nel tempo, il 14 dicembre 2010 a Roma.
Non si rendono conto che non suona più bene, che puzza di imbroglio? Le dichiarazioni dei leader politici sedicenti di sinistra e del Governo parlano chiaro: tutti si dissociano da ciò che è successo, il ministro Maroni parla di “reato di tentato omicidio”, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, condanna la violenza, sostenendo che: “Quel che è accaduto in Val di Susa, per responsabilità di gruppi addestrati a pratiche di violenza eversiva, sollecita tutte le istituzioni e le componenti politiche democratiche a ribadire la più netta condanna, e le forze dello Stato a vigilare e intervenire ancora con la massima fermezza”. Anche il Pd non si risparmia e legittima l’operato delle forze dell’ordine. Le parole del vicesegretario Letta non danno spazio a fraintendimenti: "Solidarietà piena ai rappresentanti delle forze dell'ordine impegnati in Val di Susa e oggetto di intollerabili gesti di violenza, dai quali ogni movimento politico è bene prenda le distanze, esprimendo una condanna senza se e senza ma". Lo stesso Grillo ed il suo movimento schierato a favore delle proteste contro la costruzione della linea Torino-Lione sfrutta sapientemente la separazione tra chi protesta pacificamente e chi invece fa ricorso alla violenza e allo scontro.
Queste parole risuonano nelle nostre teste, non si azzittiscono un istante. All’andata il nostro autobus era pieno, tutti i posti erano occupati; alla fine della giornata, quando siamo riusciti/e a ricompattare il gruppo mancava una persona all’appello, era stato arrestato, ma non era in questura. Fabiano era ricoverato a Torino per trauma cranico, naso frantumato e braccio sinistro rotto, oltre a riportare sul corpo e sul volto numerose escoriazioni. Certo definire legittimo e ineccepibile l’operato delle forze dell’ordine stona un po’ con quanto accaduto agli arrestati: la tortura è legittima? Inveire contro una persona inerme e umiliare chi a stento è in grado di urlare “basta”, come può essere definito legittimo? Sono domande che sembrano non interessare nessun giornalista o uomo politico del nostro paese. Chi darà voce a questo silenzio?
Noi, manifestanti Notav e chiunque, qui in Italia, cerchi di esprimere il proprio dissenso: dal movimento studentesco ai comitati per i beni comuni, dagli operai e dalle operaie della Fiat ai precari e alle precarie che il 30 novembre dello scorso anno sono scesi in strada. Sentiamo l’isolamento che la nostra classe politica costruisce sapientemente attraverso i mezzi di comunicazione mainstream. Eppure, ieri, in valle non eravamo soli/e: i valligiani, dopo averci ripetutamente ringraziato di esser andati lì a cercare di riprendere quella terra che spetta loro di diritto e che invece gli è stata tolta con la forza, ci hanno aiutati/e a fuggire. Le forze dell’ordine avevano bloccato tutte le vie di uscita da Ramats e rendevano impossibile il passaggio di chiunque volesse tornare ai punti di raccolta per ripartire. Caricavano ancora, questa volta però dall’alto; volevano tapparci nella valle! Eravamo un gruppo di un centinaio di persone che non avevano la minima idea di dove andare, ma fortunatamente un uomo della valle ci ha accompagnato lungo sentieri alternativi tra i boschi fino a raggiungere una strada statale che ci avrebbe ricondotti/e al forte di Exilles. Alcuni invece sono rimasti con altri valligiani ad aspettare l’arrivo della cinquantina di finanzieri che erano pronti a caricare chi ancora stava salendo da fondovalle. Gran persone sono i valligiani, la loro forza e la loro gratitudine hanno reso meno amara l’ennesima prova di forza a cui siamo quotidianamente sottoposti.
Nonostante la stanchezza e le ore di cammino, nonostante oggi i lavori nel cantiere siano ripartiti, ieri per noi è stata una vittoria; è vero, la valle è ancora nelle loro mani, ma crediamo che nelle ore trascorse in mezzo a quei boschi una promessa è stata fatta: non finisce qui, sarà düra!
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