in rivolta

Orgogliosamente monotoni! Il tabù ce lo teniamo stretto, l'articolo 18 non si tocca

16/2/2012

Sono circa due mesi ormai che ad occupare l’agenda politica nazionale e non solo (eloquenti le
pressione derivanti da Germania, Francia e Usa) c’è l’annosa questione “tabù” articolo 18 dello statuto
dei lavoratori e conseguente riforma del mercato del lavoro. Tuttavia, sembra che la partita decisiva si stia
giocando in questi giorni: tavoli con parti sociali, incontri più o meno segreti e dichiarazioni di “non
belligeranza” sono un evidente segnale che presto l’esecutivo Monti potrà presentare alle Camere la
sudata bozza di legge.
E’ paradossale come la conquista più avanzata in termini di diritti sociali e civili, frutto di anni di lotte
portate avanti da milioni di lavoratori e cittadini, nonché ipotetica punta di diamante in qualunque
Stato che possa definirsi di “Diritto”, venga fatto passare dal gotha del mondo politico e dei media
come un privilegio “monotono” e insopportabile, non al passo con i tempi e con l’esigenza che richiede
il mercato, ovvero precarietà.
L’abolizione del suddetto articolo viene giustificato nelle maniere più disparate: “serve a portare
investimenti nel paese”, “serve ad aumentare l’occupazione”, “abolisce il precariato” e infine la
surreale “si tratta di un fattore psicologico, tenere il lavoratore sulla graticola fa sì che renda ancora di
più, in America si fa così!”
A un’attenta analisi del testo normativo ci si rende immediatamente conto che nessuna motivazione
avanzata in questi mesi, in merito all’argomento, ha un fondo di verità. Sul piano dei licenziamenti i
datori di lavoro possono (nel caso in cui non sia più sostenibile alcuna forma di cassa integrazione)
mettere i lavoratori in “mobilità”, il che equivale a un vero e proprio licenziamento, in quanto il
lavoratore non verrà reintegrato sul posto di lavoro, oppure effettuare licenziamenti collettivi.
Dal punto di vista occupazionale, consultando alcuni autorevoli studi dell’Ocse e fonti dell’Fmi, ci
si rende conto che da circa 20 anni, da quando in Europa sono state utilizzate forme contrattuali
atipiche e flessibili, l’occupazione non è cresciuta, questo perché in base ad un numero di assunzioni
corrispondono da sempre la stessa cifra di licenziamenti. Infine, sostenere l’abolizione dell’art. 18 e
delle garanzie che ne conseguono per adottare il nuovo contratto proposto dal ministro Fornero, non
farà altro che aumentare la condizione precaria e ricattabile di migliaia di giovani che si apprestano a
entrare nel mondo del lavoro.
Dunque, per quale motivo un datore di lavoro, che ha la possibilità di sfruttare ogni tre anni forza
lavoro nuova a basso costo e senza alcuna garanzia, dovrebbe garantire un contratto a tempo
indeterminato con forme di tutele più onerose nei suoi confronti?
Il motivo principale dell’abolizione dell’art.18 è, però, un altro che corre su un doppio filo: rendere
possibili i licenziamenti ad nutum, ovvero senza giusta causa o giustificato motivo, permetterà
al datore di lavoro di aggirare le norme che discriminano il licenziamento per motivi sindacali,
permettendo così di rendere innocui migliaia di lavoratori sindacalizzati, pena il licenziamento.
Inoltre, togliendo in questo modo combattività e potere contrattuale ai lavoratori, sarà più semplice
ridurre ulteriormente il livello di retribuzione salariale.
In questo senso la battaglia del governo sull’articolo 18 si rivela altamente ideologica. E’ chiaro a
chiunque che in un paese con 40 forme contrattuali precarie diverse, la libertà di licenziamento è già
nei fatti una conquista assodata dei datori di lavoro, cui basta non rinnovare i contratti per sbarazzarsi
di dipendenti indesiderati.
L’ossessione di tutti i governi sull’articolo 18 svela quindi l’ansia di chi regge i fili dell’economia di
sancire ufficialmente la supremazia della logica del profitto sui diritti di chi questo profitto lo produce
lavorando.
Ecco svelato l’arcano!
La “ricetta” per uscire dalla crisi promossa dal governo Monti e Confindustria è una storia vecchia che non smette mai di riproporsi: abbassamento delle garanzie e dei salari, abbattimento dello stato sociale e arretramento delle tutele dei diritti per le nuove generazioni.
Quello che sta accadendo in questi giorni è un fatto epocale. Se la riforma del lavoro e l’abolizione (o
aggiramento) dell’art. 18 saranno approvati, il simbolo di 40 anni di lotte, per garantire un presente e
un futuro dignitoso ad un intera popolazione, verranno spazzati via per poter salvare i privilegi e gli
interessi di una lobby politica economica che da anni svende i diritti di tutti e specula sulle vite altrui
per salvare i propri profitti.
Ricetta applicata ormai da oltre tre anni in Grecia dove, nemmeno la sollevazione popolare partita da
Atene e che ha travolto il resto delle città elleniche, è riuscita a fermare la barbarie imposta da Troika,
Germania, Francia e potentati economici mondiali.
E’ chiaro ormai che non si può rimanere a guardare, bisogna reagire in difesa del nostro presente e
futuro!
Scendere in piazza il 9 marzo a fianco della Fiom rappresenta quindi un’occasione da non
sottovalutare.
Tornare nelle strade insieme a lavoratori e precari per costruire un processo di opposizione sociale
contro il Governo Monti, che rivendichi lavoro, democrazia, un’idea diversa di welfare fondata sul
diritto ad una casa a un reddito sociale per chi è senza lavoro a servizi gratuti ed efficienti gestiti dalla
partecipazione attiva di lavoratori e cittadine.
Questa è l’unica soluzione alla crisi possibile e e da opporre a chi fa dell’austerity e della macelleria
sociale il proprio cavallo di battaglia!

Siamo il 99% e siamo in credito

Ateneinrivolta Roma

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