università

Perché opporsi all'abolizione del valore legale della laurea

27/3/2012

Negli ultimi mesi il governo Monti ha prima annunciato che avrebbe preso seriamente in considerazione l'ipotesi di un provvedimento per abolire il valore legale della laurea e poi, sull'onda delle numerose critiche provenienti da più parti, ha rimandato la decisione per mantenere il clima di pace sociale necessario alle politiche antisociali del Governo. Il Ministro Profumo ritenta di introdurre il tema con un Referendum on line, gettando le basi di una campagna mediatica per preparare il terreno ad una riforma che inizia ad affiorare alla superficie. Già avevamo espresso preoccupazione per il D.lgs 437 in discussione alla Commissione Cultura della Camera, che prevede ulteriori tagli al turn-over e la liberalizzazione delle tasse universitarie, in perfetta continuità con le politiche di Gelmini e Tremonti.

Sinceramente non ci ha sorpreso che questo governo autoproclamatosi “tecnico”, visto da alcuni come la panacea di tutti i mali dopo il ventennio berlusconiano, ma che si configura in realtà come un semplice direttorio delle banche e della alta finanza, abbia annunciato questi provvedimenti. Non ci sorprende perché negli ultimi anni abbiamo più volte sottolineato come le varie politiche sull'università portate avanti dai diversi governi negli ultimi venticinque anni, siano leggibili come un processo unitario volto a trasformare in modo profondo il mondo della formazione.
Questo processo è tenuto assieme da un robusto “filo rosso” rappresentato dalla trasformazione dell'università pubblica in senso privato (o anche solo privatistico, secondo l'usanza tutta italiana del socializzare le perdite e privatizzare i profitti) e dalla valorizzazione dell'istruzione dal punto di vista esclusivamente economico, snaturando così la sua fisionomia di istituzione culturale e formativa e piegandone il suo funzionamento alle sole esigenze del libero mercato. Al tempo stesso avevamo anche evidenziato come questo percorso di privatizzazione de facto, se non de iure degli atenei, avrebbe visto come sua ultima, definitiva e ineliminabile tappa, quella dell'abolizione del valore legale della laurea.

Ci troviamo quindi di fronte a un giro di boa, al coronamento di venticinque anni di tagli finanziari, svilimento della didattica, decurtazioni del diritto allo studio; per questo crediamo che sia fondamentale, sfruttando al massimo il tempo che la cautela del governo ci consente, aprire un dibattito sulla portata delle conseguenze dell'abolizione del valore legale della laurea sull'intero sistema universitario.

Quello che vi proponiamo è solo un primo contributo, ancora superficiale sotto certi aspetti, che si pone come suo principale obiettivo quello di evidenziare come mai questo provvedimento che il governo si prepara a discutere, e, probabilmente a prendere, non sia, come affermano i suoi sostenitori o come qualcuno potrebbe credere, un tecnicismo né un semplice atto di semplificazione e sburocratizzazione, come neppure un vettore con cui introdurre una falsamente neutra valorizzazione del merito negli atenei, ma al contrario un pericolosissimo grimaldello per privatizzare del tutto la funzione sociale dell'università, per reintrodurre al suo interno solide differenziazioni di classe e per consentire una competizione feroce fra atenei sempre più assimilabili nella loro struttura interna ad aziende private.

Il principale obiettivo dell'abolizione del valore legale della laurea è quello di cancellare una volta per tutte il carattere pubblico e di massa dell'università italiana, così come la sua generale uguaglianza interna. Soprattutto quest'ultimo aspetto appare il più colpito dal provvedimento annunciato: infatti abolendo il valore legale della laurea e introducendo forme non chiare di valutazione dei vari atenei secondo il loro “prestigio” (parametro alquanto discutibile che in un paese campione di corruzione e malaffare come quello italiano attira su di sé, se possibile, ancora maggiori ombre) si andrà a frantumare il quadro fin qui omogeneo dei vari atenei pubblici italiani.

Attraverso una feroce concorrenza si verrà a formare un sistema a due, o tre, velocità, in cui ci saranno da una parte gli atenei più prestigiosi, maggiormente in grado di attirare finanziamenti sia pubblici che privati, che si autoproclameranno “centri di eccellenza” e concentreranno nelle proprie mani le risorse economiche, e dall'altra invece i perdenti di questo assurdo processo di selezione naturale che si troveranno nelle condizioni di non potersi permettere più alcuna forma di ricerca scientifica e assolveranno l'unico ruolo di laureifici esclusivamente professionalizzanti per futuri precari. Questa differenziazione avrà una particolare sottolineatura di tipo geografico, visto che le università che attualmente se la passano meglio (o meno peggio) sono tutte concentrate nel nord del paese. Peraltro il fatto che sia l'ateneo in cui si ottiene la laurea e non più il semplice titolo di studio a fare da principale fattore di valutazione nei concorsi pubblici consentirà ai futuri centri di eccellenza di aumentare le tasse a loro piacimento raggiungendo i livelli attualmente presenti in altre nazioni, soprattutto in quelle di cultura anglosassone, cioè anche diverse decine di migliaia di euro per l'intero percorso formativo. Sarà a questo punto che verrà colpito anche il carattere di massa dell'università reintroducendo quella rigida selezione di classe che le lotte studentesche degli anni Sessanta e Settanta avevano contribuito a smantellare. Infatti soltanto chi proverrà dalle classi più agiate sarà in grado di permettersi senza troppi patemi l'iscrizione alle università migliori; ovviamente, anche l'esiguo spazio di mobilità sociale per i “meritevoli non abbienti” sarà valorizzato dal punto di vista economico attraverso la trasformazione del diritto allo studio pubblico in prestiti di onore (un aspetto già introdotto dalla riforma Gelmini e che necessita per il suo definitivo dispiegamento dell'abolizione del valore legale della laurea).

Lo studente non abbiente, confidando nelle maggiori opportunità di impiego che una università di eccellenza forse potrà garantirgli, sarà costretto a indebitarsi per poter studiare, con tutte le ricadute che l'espansione sociale dello strumento del debito avrà e di cui già paghiamo le conseguenze in tempi di crisi economica.

Il modello di riferimento è spesso quello anglosassone, presente nel Regno Unito e negli USA. Un modello che chiaramente sta mostrando i segni del suo fallimento, basti guardare agli studenti di Londra che scendevano in piazza, nel dicembre del 2010, contro la triplicazione delle tasse universitarie voluta dal governo di Cameron, il movimento Occupy in America che sta mettendo in discussione le ragioni del proprio sistema universitario, in un periodo un cui la disoccupazione fra i laureati negli USA è salita al 31% del totale. Non è sicuramente per "contribuire alla ripresa economica del Paese", come il sito del MIUR annuncia, che questo provvedimento è tanto caro al Governo, ma per rendere legale l'ineguaglianza sociale.

Ci troviamo quindi di fronte a una questione cruciale da cui dipende la natura del nostro sistema formativo, la sua caratterizzazione in senso fortemente classista e il suo inserimento completo e definitivo nei processi di valorizzazione del capitale economico e finanziario. Rispetto all'abolizione del valore legale della laurea si gioca forse una delle ultime battaglie in cui poter affermare il ruolo dell'università come spazio di sapere critico e di valorizzazione delle capacità e dell'autonomia individuale. Alla tanto sbandierata meritocrazia, dobbiamo opporre la nostra idea di Diritto allo Studio, perché la parità delle condizioni deve essere il nostro punto di partenza per un cambiamento che parta dall'Università per legarsi ai temi del lavoro. Per questo vale la pena di combatterla.

AteneinRivolta - Coordinamento Nazionale dei Collettivi